Racconto: L’unicorno di Penvaryn

Era da un po’ che mi frullava in mente quest’idea. E non sto parlando del diventare vegano crudista e nudista.
Ormai è inutile nascondersi: non riesco mai a trovare il tempo per scrivere articoli come vorrei sul blog. Quasi vorrei chiuderlo, ecco. Un po’ me ne pento, ecco, perché potrei fare delle recensioni o approfondimenti, oppure parlare di attualità e cose del genere o articoli interessantissimi come “le 10 cose che non sapete sulla sessualità dei canguri”.
Ma non avete idea di quanto sia pericoloso e sottovalutato il germe della pigrizia! Così astuto che mi ha portato a pensare quanto segue: ogni tanto effettivamente mi ci metto a buttare giù idee e incipit per qualche articoletto, poi però a metà prendo e cancello tutto. Credo che sia un problema derivante dalla sovraesposizione social a cui sono sottoposto per l’amministrazione di tutte le fan page di cui mi occupo e vedere in continuazione tutti i cazzi, in senso figurato, degli altri mi genera un certo fastidio. Perché il più delle volte mi trovo davanti alle più classiche delle opinioni non richieste, di cui ovviamente non me ne frega un accidente. Così, automaticamente, e sulla base di un forte egocentrismo, credo che anche agli altri non gliene importi un fico secco di quel che scrivo.
E il gioco è fatto.

Queste seghe mentali sono ben oltre il livello di guardia, me ne rendo conto. Ma fidatevi, i social sono una piaga di quest’epoca. Così come la pigrizia è uno dei miei più grandi difetti.

Nel tentativo di indebolire questo demone malvagio con una crociata in piena regola, mi è venuta l’idea di pubblicare alcuni dei racconti che ho scritto in questi anni. Perché una storia non è necessariamente un’opinione.
C’è un primo livello di lettura, quello della narrazione, che uno può leggere senza doversi per forza trovar davanti un giudice che vuole spiattellarti la sua unica e univoca visione del mondo. Poi certo, ci può essere (e ci dovrebbe essere) anche altro… Ma intanto sono riuscito ad ingannare la mia mente quanto basta.
Questi racconti sono pochi, molti sono pubblicati su qualche rivista o libro. Ma chissene, tanto spesso si tratta di autopubblicazioni.

Il primo che che vedrete (anzi, che leggerete) UNICORNO_ILLUSTRAZIONE_01_INK_DEF tondoqui di seguito è un fantasy, e si intitola “L’Unicorno di Penvaryn“, e NON ha per protagonista un orso. Mi spiace. Niente oscar.
Nacque inizialmente come racconto very short per un concorso che faceva da corollario a Lucca Comics & Games (e infatti il titolo originale era “LUnicorno Che Combatté Astutamente”), ed è stato ripubblicato in forma originale sul volume antologico “Nowhere Uno“, edito dalla Nowhere Publishing. Ne avevo parlato qui.
Tuttavia quella che state per leggere è una versione ampliata e per me definitiva del racconto. Che, stranamente, mi soddisfa pienamente.
Se siete curiosi, fate il salto e continuate a leggere!
Ah, dimenticavo, le illustrazioni (che fanno da corredo anche alla versione stampata), sono della bravissima Elisa Delpiano, che vi invito a seguire all’interno del collettivo Hellish Raccoon.

Buona lettura!

PS: Comunicazioni di servizio.
Vi ricordo (ma qui sul blog in effetti lo annuncio) che questa domenica 24 gennaio sarò alla fumetteria Asgard (via San Marco 20/a – Chivasso), per un nuovo #ManFontDay, dove verranno presentati Railroads e Esso – L’Ultimo Fumettista (e come ben sapete quest’ultimo lavoro mi riguarda da vicino). La presentazione è dalle 15 avanti, a questo link tutte le info.
Infine, a questo link potete ascoltare il podcast della trasmissione Il Lunerdì, andata in onda su Electo Radio nella serata di lunedì 18 gennaio (quindi cercate la puntata S02P12 2015-01-18) dove sono stato uno degli ospiti.
Comunque, ciancio alle bande. Si comincia!

L’Unicorno di Penvaryn

C’è un detto nella foresta di Penvaryn : “una freccia prima colpisce, poi chiede chi è”.

In questo luogo magico viveva ormai da molti anni un possente unicorno, dal manto argenteo e dallo sguardo fiero. Il suo nome era Zala-Han, che nel dialetto silvano significa bianco custode, ed era uno degli ultimi unicorni rimasti a Penvaryn.
Il suo branco si era spostato verso le terre innevate a nord, ma lui aveva deciso di restare per tenere fede al suo ruolo: far rispettare le leggi della natura nelle zone dove l’influenza delle antiche dee si era indebolita, dove il metallo viene lavorato e le frecce sono più letali del morso di un lupo.
Quei luoghi dove la mano dell’uomo ormai si estende senza ritegno.
Zala-Han non se n’era andato. Troppo fiero per scappare, troppo ligio al dovere per disubbidire alla sua natura. Il suo corno, lucente e appuntito, era fonte di paura e rispetto da parte degli altri animali della foresta, sia prede che predatori. Ma era anche il sogno di ogni bracconiere che si aggirasse per quelle terre.
Questo però non aveva mai spaventato il saggio unicorno. Arrendersi alla paura come avevano fatto i compagni del suo branco non era contemplabile, specie quando c’è un bene più grande da perseguire.

Un giorno, mentre Zala-Han galoppava nella foresta, udì un lamento provenire da una radura poco distante. Dal suono poteva riconoscere un cervo probabilmente ferito, ma al tempo stesso non aveva avvertito la presenza di predatori nelle vicinanze. Era un lamento prolungato, per cui l’animale non doveva essere in pericolo imminente. Poteva essere malato o, peggio ancora, caduto in una delle tante trappole messe in giro dagli umani.
Arrivato sul posto, le paure dell’unicorno furono reali: vide un grosso cervo accasciato al suolo, con una delle zampe tra le fauci di una tagliola.
L’animale continuava a lamentarsi.
Zala-Han si guardò intorno. Nell’aria non c’erano odori diversi tranne quello del grande cervo e del sangue. Stabilito che non ci fosse nessun altro, partì per cercare di liberare l’animale.
Una volta arrivato nei pressi del cervo però, cominciò a notare qualcosa di strano: il suo corpo era completamente immobile, nonostante continuasse ad emettere il lamento. E c’era uno strano odore. Un odore… di morte, più che di sofferenza.
L’unicorno non ebbe il tempo di pensare ancora, perché da sotto il corpo del cervo comparì improvvisamente e con grande agilità un cacciatore con arco e freccia incoccata.
L’uomo stiracchiò i muscoli del collo, probabilmente era rimasto nascosto in attesa di quel momento da chissà quanto e con l’arco ben saldo in mano cominciò a girare intorno a Zala-Han con aria di sfida, fiero della buona riuscita del suo piano.
Teneva in bocca un piccolo beccuccio, da cui fece provenire il suono dell’animale ferito. Lo fece suonare più di una volta, quasi per irridere l’unicorno e rendere ancora più evidente il suo inganno.

UNICORNO_ILLUSTRAZIONE_01_INK_DEFL’unicorno non si perdette d’animo : « Chi sei? » esclamò.
L’uomo sputò il beccuccio per terra, spavaldo e sicuro di sé. « William Garinor, il più grande cacciatore di queste terre! »
Zala-Han ebbe un sussulto. Conosceva la fama di costui. Era uno dei bracconieri più temibili che esistessero e diversi compagni della foresta erano caduti a causa sua. Era conosciuto come “la freccia dorata”, per via delle sue frecce laminate d’oro con cui si diceva volesse impreziosire la morte delle sue prede.
Anche se alcuni dicevano che lo facesse semplicemente per rimarcare la sua folta chioma bionda. Pare che fosse piuttosto vanitoso e arrogante.
« Finalmente ti ho trovato, sono mesi che cerco di stanarti » proseguì Garinor, « I nobili della contea faranno a gara per avere la tua testa esposta sopra il loro caminetto. E mi ricopriranno d’oro e gloria! »
Zala-Han si maledì per essersi lasciato attirare in quest’inganno. Ma anche in quel momento non pensava a se stesso. Temeva per la foresta e per gli animali che sarebbero potuti essere catturati per mano di quell’uomo.
Garinor tese ancor di più l’arco. « Ti colpirò dritto al cuore, assaporandone gli ultimi battiti fino alla fine. E non sperare di scappare, non ci sono alberi qui intorno, non c’è preda che possa sfuggire alla mia abilità. »
« Davvero sei così bravo? » chiese l’unicorno.
« Dubiti di me? »
« Dimostrami che sei il migliore, e sarò felice di morire per mano tua. La mia regalità sarà salva. Se riuscirai a colpire il mio corno con la tua freccia, saprò che sei veramente degno! »
Garinor non si fece pregare. « Troppo facile. Ammira, lurido cavallo da monta! »
La freccia sibilò fendendo l’aria veloce come un falco in picchiata e seguita da un ghigno di superiorità del cacciatore colpì il bersaglio. Ma il sorriso di Garinor presto si trasformò in una smorfia di paura quando vide la punta della freccia spaccarsi contro il corno e successivamente l’animale caricare contro di lui.
Quel giorno non fu il cuore dell’unicorno a smettere di battere.

Da allora, c’è un nuovo detto nella foresta di Penvaryn : “Un unicorno prima chiede chi è, poi colpisce”.

UNICORNO_ILLUSTRAZIONE_02_INK_DEF

FINE

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2 commenti su “Racconto: L’unicorno di Penvaryn

  1. Finalmente! Ecco il mio primo pensiero riguardo a questo post. Per quanto riguarda il tuo discorso(che condivido) sulle opinioni non richieste, scrivo la mia (altrettanto indesiderata). Questo è un blog, se lo seguiamo è perchè vogliamo avere notizie su di te (in quanto “artista”), le tue opinioni e i tuoi lavori. Occhio che se incomincerai a fare post del genere “oggi ho corso mezz’ora, sono stanchissimo ma ne è valsa la pena” smetto subito. Quindi non ti allargare ;).
    Ribadisco che è questa la differenza fra i blog e i social: nei primi, l’utente cerca l’opinione, nella seconda ci inciampa.
    Saluti

    • Ahah, grazie Marc! In effetti ora, per contrappasso, inizierò a parlare della mia dieta… ^_^
      Scherzi a parte, hai pienamente ragione nel tuo discorso… E cercherò di tenerlo bene a mente. Grazie per il supporto!
      Comunque sai che oggi mi è capitato proprio che… 😉

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