Racconto: Cross Street

Per festeggiare il recente sold out de “La Ballata del Nero Cherubino“, mi sembrava giusto proporre un nuovo racconto. E un racconto proveniente proprio da quel fortunato libro!

Nero

Si tratta infatti di “Cross Street“, una storia decisamente pulp ambientata nella Città delle Ombre. Una storia che, tra le tante cose, mi ha anche fatto riflettere molto sullo stile che preferisco adottare nella scrittura di narrativa: meglio in prima o terza persona?
Lo so, sono quei quesiti esistenziali del tipo “meglio i panini al prosciutto cotto o crudo?” oppure “è più forte Batman o Superman?” passando per il sempreverde “è meglio un pennello grande o un grande pennello?”.
Io comunque preferisco il prosciutto cotto che mette meno sete. Sono un fumettista, non ho il vil danaro per comprarmi anche da bere.
E sul tipo di narrazione non mi esprimo, perché paradossalmente nonostante io ami di più la prima persona, finisco sempre per usare maggiormente la terza. Come vedete mi piace avere come sempre le idee chiare ed essere fermo nelle mie posizioni.
Alè.
Ho anche pensato una cosa folle, per giustificare questo: alla fine della fiera, nelle mie storie parlo molto di me stesso. Più di quanto vorrei. Usando la terza persona parlerei di me in terza persona per l’appunto, cosa che mi darebbe a livello inconscio un gran bel tono oltre che molte arie.
Non male, come inpiedistallamento di sé.

In realtà tra le tante domande esistenziali che tendono verso il mio lato autoriale, ce n’è anche una che avrei voluto fare a Craig Thompson quando è venuto al circolo dei lettori a Torino, qualche giorno fa: “Craig, ma come cazzo fai a dedicare due o più anni della tua vita a lavorare su una sola storia?” Cioè, cosa fai nel frattempo per mantenerti? Lavori come character designer? Ormai non più mi sembra di aver capito. I tuoi libri vendono talmente tanto che ad ogni battito di ciglia senti il rumore di un registratore di cassa? In quel caso, permettimi di invidiarti un pochettino. Ma te lo meriti, insomma. Sei un grande narratore, del resto. Ma sappi anche che ti facevo più giovane.
Queste cavolate per dire che, cavoli, ci pensavo durante la suddetta conferenza: due anni per fare una storia, solo quella. Finirla e rifinirla fino allo stato dell’arte, in modo che sia tutto perfetto. Non so perché, ma a me sembra utopia.
Su alcune, devo dirlo, ci sto provando. Le sto tirando un po’ in lungo, ma non solo per la lavorazione… Anche per la mia solita paura di non fare un lavoro all’altezza delle mie aspettative. Perché, anche se non lo ammetto mai, io ho sempre aspettative altissime su più o meno qualsiasi cosa. Persino sul quando vado a fare la spesa, quando vagheggio di scontazzi galattici, rapine dove tutto il supermercato viene preso in ostaggio da seducenti criminali in gonnella o più semplicemente il fatto che io uscendo di casa riesca a trovare un gratta e vinci fortunato per terra.
Capite che è dura reggere una pressione così!
In ogni caso, divago.
Prima di arrivare al racconto di oggi, visto che me lo chiedete in tanti, ne approfitto anche per dire che quest’anno, per la prima volta da tanti anni, non sarò presente al Torino Comics. Onestamente al momento come fiera non vale più niente, a livello editoriale, mentre continua ad essere molto forte tutto il resto, soprattutto il mondo cosplay che da anni ormai è il vanto di Torino Comics. Però non mi basta più onestamente.
E’ per questo che vagheggio sull’idea di un grande festival di fumetto dedicato SOLO all’aspetto autoriale e senza tutto il resto. Un po’ come si cerca di fare all’ARF a Roma o come, per dire, succede al Salone del Libro, visto che parliamo proprio di Torino.
Al momento è molto utopica la situazione, ma chissà… Magari per il futuro le cose cambieranno. Le mie aspettative sono altissime.

Nel frattempo il prossimo evento a cui parteciperò sarà il Comicon di Napoli. Ne parlerò meglio tra qualche giorno, visto che l’evento merita un post a a sé.
Ora torniamo sul racconto, Cross Street.

Premetto che alcuni piccoli risvolti li potrete comprendere meglio se conoscete il personaggio del Nero Cherubino, però insomma… Credo che sia godibile anche così. E’ una storia che parla di segreti, sensi di colpa, confessioni strappate e un certo senso di ironia verso qualsiasi cosa, compresa la morte. Insomma, un racconto per bambini ecco!
Le illustrazioni sono del tenebroso Alessio Moroni, già vecchia conoscenza della saga di Shadows. E soprattutto, uno che farà strada.
La striscia in alto invece è tratta da una tavola della Ballata, disegnata da Riccardo Faccini. Ce la farò a scrivere Shadows 3, Ric. Ce la farò. E’ una promessa che faccio soprattutto a me stesso… E io che sto molto attento a non deludere gli altri, non devo deludere me, in primis. Me lo fanno spesso notare.

Buona lettura e… Buona permanenza nella Città delle Ombre… (quanto vorrei dirlo con la voce di Ottaviano Blitch!)

CROSS STREET

Uno stridio di ruote sulle rotaie mi risvegliò di soprassalto. Cristo che botta, avevo la testa in fiamme.
Dove sono, tra l’altro? E’ tutto così silenzioso a parte il rumore di motori in funzione e una fastidiosa luce al neon. Mi guardo intorno e riconosco subito i sedili della metropolitana. Linea 3, quella diretta ai docks giù al porto.
La conosco bene, del resto l’ho presa un sacco di volte per delle consegne. Si sente sempre un po’ di odore salmastro dei vagoni che prima di tornare indietro stazionano sotto il porto, in un tunnel sotto il livello del mare. Ora, sarebbe tutto perfetto se non fosse per il fatto che io non dovevo andare minimamente ai docks quella notte.
– Buongiorno bella addormentata. –
Quella frase mi risveglia dal torpore e mi fa accorgere di un omone seduto alla mia destra, il quale tra l’altro mi rivolge un sorriso pieno di arroganza e scherno. Così strafottente che riesco a vedere benissimo il suo dente d’oro, più pacchiano di un programma tv con grassi e magri a confronto.
– E’ ancora assonnato, non ha molto da dire. – Aggiunge un altro brutto ceffo alla mia sinistra. Mi sento come un cazzo in mezzo a due coglioni.

Cristo che mal di testa.

cross street gorilla GREY LOW

Il treno rallenta un po’ per la prima fermata, e penso che sia il momento di fare un po’ d’ordine. L’ultima cosa che ricordo è che ero al Garden, il locale in fondo alla trentasettesima e mi stavo fumando un bel cannone in compagnia di una birra. E ricordo che ero lì per vedere Denise. Cioè, in tanti anni mi aveva sempre detto di no e e ora di punto in bianco si è svegliata. Probabilmente aveva voglia di un bel pitone srotolato, la buongustaia. Ah, già mi vedevo ad affondare le mani sul suo bel culetto e a inebriarmi con l’odore dei suoi lunghi capelli biondi, sarebbe stato davvero..

“CROSS STREET. FERMATA DI CROSS STREET”.

– Ehy Manny, ma non è qui che devono salire gli altri? – esordisce il bastardo alla mia
destra.
– No, è la prossima. Non confonderti. –
Gli altri? Aspetta aspetta, qua urgono ancora più spiegazioni.
– Che hai bello? Facevi tanto il duro al Garden, ma son bastati due schiaffi e sei andato a terra. –
– Magrolino come sei, vorrei ben vedere. Mangi ogni tanto o sei il solito cazzo di cocainomane? –
– E’ che scopo più di voi due messi assieme. Si bruciano calorie, come ben saprete, e io sono una fornace. – rispondo con una certa aria di sfida.
La risata fragorosa che è conseguita a questa mia affermazione mi fa capire che non se la siano bevuta. Tremano persino le finestre.
E’ che ho ancora in testa Denise. Cioè, sono passato dall’idea di trombare con un puttanone da combattimento a quella di essere in metropolitana con due omaccioni pelosi.
Oltretutto, al Garden sono intervenuto perché quando Denise è arrivata questi due bastardi sono subito andati per importunarla. Dovevo difenderla e questo mi avrebbe fruttato un bell’extra a letto, dopo, ve lo dico io. Peccato solo che me le sono prese.
Ma perché sono con loro ora? Cosa vogliono farmi? Di solito le risse finiscono sul posto.
– Dove stiamo andando? – azzardo a chiedere – e dov’è Denise? –
– A fanculo – mi risponde scoppiando in un’altra grassa risata quello che penso di aver capito chiamarsi Manny. Quando distribuivano simpatia questi due probabilmente stavano lavando l’auto in un giorno di pioggia.
Il treno ora sta rallentando, nuova stazione. Salgono effettivamente due persone. Uno è un quarantenne anche di bell’aspetto. Ma non è il mio tipo, sia chiaro. Ben vestito, distinto, sembra un avvocato o robe del genere. Brutta gente.
L’altro è più anziano, aria da stronzo e capelli bianchi. Più che un avvocato sembra proprio uno stronzo, ecco. Il prototipo. Si siedono davanti a me, e il vecchio apre bocca.
– E’ lei Alfred Markowsky? –
Mentire non servirebbe, del resto probabilmente mi hanno già frugato nel portafogli.
– Proprio io. Volete spiegarmi che cazzo sta succedendo adesso? Molestate la mia ragazza, mi picchiate, mi rapite e ora fate pure gli interrogatori?!? –
– Usi quest’ultimo viaggio per riflettere, signor Markowsky. Le farà bene. Si sentirà più libero. –
A queste parole rabbrividisco.
– Come sarebbe ultimo viaggio?!? – mi alzo di scatto sbraitando contro il vecchio, ma subito vengo rimesso a sedere dai due gorilla. Sento il panico salire. Non c’è nessun altro sul nostro vagone. Nessuno a chi chiedere aiuto.

Cristo che mal di testa.

Cerchiamo di rimanere calmi. Per prima cosa, c’è da capire perché sono in questa cazzo di situazione del cazzo. Cazzo! Cosa può essere stato? Ho pestato i piedi a qualcuno? Non è che effettivamente sia uno stinco di santo… E nemmeno uno stinco di maiale devo dire.
Guardo per pochi secondi ma attentamente uno dei due nuovi arrivati. Quello vecchio continua a rimanere imperturbabile, così come quello più giovane che non proferisce parola. Ma c’è un dettaglio che non mi sfugge, a proposito del giovane. Sul taschino della sua giacca c’è un’immagine cucita: un teschio avvolto in un fazzoletto rosso. Il simbolo di una delle logge massoniche della città.
Merda, i culti segreti. Ci mancano 007 e gli alieni e poi siamo a posto.
Sono dei fottuti bastardi questi cultisti, a dirla tutta. Sfruttatori del lavoro onesto per i loro scopi disonesti. E’ per questo che gli abbiamo fottuto quella partita di droga, la settimana scorsa.
Ma chi ha fatto l’infame? Sam no di certo, quello ha le palle più dure del marmo. Yussuf neanche, è troppo sveglio per farsi beccare. Paradossalmente sarei io il primo indiziato. Che situazione infame, per l’appunto.
Se me la vogliono far pagare, devo agire in fretta.
Il treno si sta fermando, e i due gorilla intorno a me sono troppo grossi per prendermela con loro. Devo agire d’astuzia.
– Scusate ragazzi, mi scappa da pisciare. – esordisco con finta voce tremolante.
– E te la tieni. – mi risponde Manny.
– Ma mi scappa! –
– Non me ne frega una sega! Te la tieni e basta, che siamo all’asilo? Vuoi anche i quaderni da colorare? –
– Guarda che la faccio qui. – Lo guardo serio.
Vedo Manny che si sporge divertito verso l’altro gorilla. – Ci manca solo questo, Goldone. –
A quanto pare Goldone è il soprannome del gorilla con il dente d’oro. Ma in che gabbia di matti son finito.
– Ma figurati se questo ora si mette a… –

PSSSSSSS

Bere quella due bottiglie di birra al garden potrebbe avermi salvato la vita. Che schifò però, Sarà stato dall’età di cinque anni che non me la facevo addosso.
– Oh merda ma che cazzo fa?! – Manny e Goldone si alzano di scatto schifati. I due pinguini davanti a me non si scompongono più di tanto ma li vedo sogghignare. Li vorrei prendere a sprangate sulle ginocchia.
Sono in piedi anch’io e vedo i due gorilla insultarsi fra di loro e insultare me. Sono distratti. Mi sposto leggermente verso le porte. Terza fermata del treno.
Ora o mai più.
Scatto agilmente fuori dal vagone e comincio a correre come se avessi la morte alle calcagna. Beh, tecnicamente ho davvero la morte alla calcagna!
Sento un “fermati stronzo” provenire da dietro di me. Si, mandatemi una raccomandata con ricevuta ritorno magari! Col cazzo che mi fermo. Arrivo davanti ai tornelli che devo per forza saltare perché non hanno semplicemente la sbarra ad altezza vita, ma sono delle piccole portoncine. Che arrivano proprio più o meno al bacino e non posso perdere tempo aspettando che si aprano. I due gorilla dietro di me non riusciranno ad essere agili come il sottoscritto, visto che sono più alti, più grossi e più goffi. Balzo in avanti appoggiandomi con entrambe le mani e…
Cado fragorosamente e rumorosamente a terra, dopo aver urtato con il piede destro proprio una delle porticine. Porca troia. Se sopravvivo meno seghe e più sport, lo giuro.
In ogni caso temo che anche le seghe dovranno aspettare, perché i due gorilla mi sono addosso in men che non si dica. Sono fottuto.
Di solito però la fortuna aiuta gli audaci e mentre alzo la testa tentando di divincolarmi, noto una figura che è rimasta impietrita davanti a noi e che sta assistendo a tutta la scena.
Metto a fuoco in un nanosecondo e non ci posso credere… Malcolm Sullivan! Un vecchio amico e compare di avventure che probabilmente non sono mai stato così felice di vedere.
– Malcolm, Malcolm! Aiutami! –
Malcolm rimane impietrito, e in questo lasso di tempo Goldone si alza e gli si para davanti.
– Conosci questo tizio? –
Gli occhi di Malcolm si posano su di me, pesanti come macigni. E le sue parole sono un colpo di fucile a canne mozze in pieno petto.
– No, non so chi sia. –
– Cazzo Malcolm, sono Alfred! Chiama aiuto!!! – Strillo anche un po’ come una casalinga disperata in questo momento, lo confesso. Malcolm non dice niente. La cosa brutta è che non riesco nemmeno a vedere dispiacere nel suo sguardo. O almeno, non mi pare. Spero di sbagliarmi.
– Malcolm… –
– Ripeto, non so chi sia. E non mi interessa. –
– Bravo ragazzo – chiude Goldone. Che poi si gira e ritorna verso di me. Insieme a Manny mi prendono di peso e mi riportano in metropolitana. Sulla banchina ci sono i due pinguini massoni che a quanto pare sono scesi dal treno.
Dopo pochi minuti con il solito stridio sulle rotaie ecco arrivare un nuovo convoglio e le porte nemmeno così metaforiche dell’inferno mi si aprono davanti. So essere poetico quando sono nella merda fino al collo.
Dalla porta davanti a noi emerge un uomo, illuminata dai deboli neon della metropolitana. Una figura non imperiosa, ma di certo sinistra. Non foss’altro per il fatto che porta una maschera bianca sul volto, ha un giubbotto di pelle macchiato di sangue e stringe un revolver per mano.

cross street cherubino metropolitano LOW

Noto che di fianco a me i due gorilla hanno un sussulto.
– Ma quello è… –
Manny fa di si con la testa. Lo sento persino deglutire.
Poi, per pochi secondi, il tizio misterioso mi guarda negli occhi. Non so effettivamente quanto riesca a vedere con quella maschera, ma non mi sento di chiederglielo. Sono attimi che mi paiono interminabili.
E’ una strana sensazione, come se qualcuno stesse scavando dentro di me. Poi si avvicina, mi sussurra una parola all’orecchio e senza aggiungere altro se ne va.

Cross street nero cherubino e alfred grey cut bis def LOW

Manny, Goldone e i due pinguini si aprono come il Mar Rosso al suo passaggio e non gli levano gli occhi di dosso. A quel punto possiamo salire sul treno.
– Ehy stronzetto, lo sai chi era quello? – mi chiede Goldone.
– Babbo Natale in anticipo? –
– Si fa chiamare Nero Cherubino. E’ uno psicopatico che va in giro di notte ad ammazzare la gente tipo i supereroi dei fumetti. Pensavo ce l’avesse con noi. –
– Si vede che leggi pochi fumetti, i supereroi non vanno in giro ad ammazzare le persone. Piuttosto a salvarle. – replico con tono da nerd. Mi piacciono i fumetti sui supereroi.
– Fai meno il saputello. Che ti ha detto? –
– Se mi lasci andare, te lo dico –
– Fa lo spiritoso, il re degli stronzi. – si intromette Manny. Dai, ci ho provato.
– Gli piace ridere così tanto da pisciarsi addosso! Ahahaha. – Questo è un colpo basso invece. Interviene il vecchio stronzo – Manny, Goldone, fate passare la voglia di fare il furbo al signor Markowsky. –
Il treno arriva ad una nuova fermata. I due gorilla si alzano, mi prendono di peso, mi buttano in mezzo al vagone e cominciano a pestarmi. Ma proprio di brutto. L’odore di sangue e piscio si mescola e io non capisco più niente. Solo dolore e risate stridule dei due bastardi.
Sputo un dente e faccio fatica a tenere aperto l’occhio destro. Un paio (credo) di costole incrinate mi impediscono di respirare bene, sono praticamente in apnea.
Dopo un po’, finalmente smettono. Io resto lì per terra, non ho proprio né la voglia né la forza di muovermi. Sono gonfio come un canotto e putrefatto come un brufolo scoppiato sulla faccia di un tredicenne. Che merda.
Rimango lì. Fa freddo e mi rannicchio un po’ su me stesso.
Però è strano, sembra un momento quasi piacevole.
Avete presente quelle situazioni in cui vorreste che un viaggio non finisse? C’è tranquillità, intorno a me. Quel silenzio, quel torpore, le vibrazioni del vagone… La mente che si apre senza bisogno di erba. Perché sono finito in quella situazione? Vale così tanto una piccola partita di droga? Di solito ci sono avvertimenti, si vogliono riprendere i soldi o cose del genere. Non si organizza questa pantomima, anche perché non è gente che vuole sporcarsi le mani in questo modo. Rifletto sul simbolo massonico. L’avevo già visto da qualche parte, prima di arrivare in città. E se invece fosse…

CAPOLINEA – SI PREGA DI SCENDERE.

Ultima fermata a quando pare.
– Muoviti coglione – dice uno dei due gorilla. Ormai li confondo.
Non riesco a stare in piedi. Esco a fatica dal vagone e poi mi accascio al suolo.
– Tiratelo su. – Ordina il pinguino anziano.
– Uff, mi son già sporcato le mani abbastanza. E senti che puzzo. – risponde scazzato Manny. Poi vedo parlottare i due gorilla con un barbone che è lì vicino. D’un tratto questo si alza e mi rimette in piedi. Tenendomi per una spalla mi aiuta a camminare nella notte.
– Cos’è, mi volete dare anche una croce da portare? –
– Ce l’hai già una croce. E’ dentro di te. – mi risponde l’anziano.
Fa freddino. E non solo per l’atmosfera.
Passiamo vicino ad alcune puttane. Mi guardano schifate, mentre una mi deride anche apertamente.
E si che di solito ho un certo ascendente sulle donne, specie quando le pago.
– Fatevi i cazzi vostri – dico sommessamente – In tutti i sensi! –
Arriviamo al molo. Il barbone mi trascina fino davanti ad un capannone, mi toglie le scarpe, se le infila e se ne va. Gli calzavano pure bene. Si prende anche la mia giacca come extra, ma nessuno ha da obbiettare.
Mi sto leggermente riprendendo, del resto il freddo lenisce il dolore. Il molo sembra una sorta di cimitero in questo momento e il capannone davanti a me la casa del becchino. Una volta entrati vedo che ci sono delle persone che ci stanno aspettando. E le sorprese sono parecchie.
In primis, vedo Denise. Quella cagna, fottutissima cagna! Mi dice che ha fatto da esca, attirandomi al Garden. Sapeva che non avrei potuto dirle di no. Lurida schifosa. Così avrei smesso di romperle i coglioni.
Poi vedo che ci sono altri due gorilla. Ma che è, una giungla qua dentro? Ai loro piedi ci sono altri due tizi. Pestati pure loro a sangue, e uno di loro inerme a terra. Non so se sia morto o meno, sinceramente. Poi c’è un altro tizio abbastanza ben vestito che mi ricorda uno dei due pinguini che mi hanno interrogato prima, in metropolitana. Riconosco lo stesso stemma massonico sulla giacca. E poi c’è lei… Non me lo sarei mai aspettato, ma nemmeno per tutto l’oro del mondo. Che diavolo ci fai qui…

– Mamma?!? –

– Alfred! – urla. Viene verso di me e mi molla un manrovescio di quelli cosmici, che potrebbero abbattere un peso massimo campione del mondo. Sputo un altro dente.
– Mamma, che cazzo fai?!? –
– Non chiamarmi più così! Non dopo quello che hai fatto! Perché so che sei stato tu… Io non ci volevo credere, pensavo che quell’uomo avesse altri nemici. Ma non tu. – Scoppia in lacrime.
– Ti prego, dimmi che non sei stato tu! –
Questa scena pone definitivamente una pietra tombale sulle mie speranze. Abbasso lo sguardo e non rispondo. Non si può mentire alla propria madre, non in questa situazione. Tanto ormai è chiaro perché sono qui. D’improvviso, ricordo anche dove avevo visto il simbolo massonico così tante volte. Era sulla tunica di un giudice, tanto tempo fa. E ora lo sento tatuato sulla mia fronte, perchè tutti i nodi vengono al pettine.
Cosa ho fatto? Già, sono un poco di buono, non lo nego. Penso di essere anche vagamente simpatico. Dai, un po’ spiritoso lo sono. Ma c’è un fatto che mi renderà così poco simpatico.

Ho ammazzato due bambini, sciogliendo i loro volti nell’acido.

Erano fratello e sorella, di sei e otto anni. La più grande aveva l’apparecchio ai denti. Me ne sono accorto perché sorridevano quando sono andato a prenderli al posto del loro autista. Non voglio dire che l’avevo rimosso, non è vero. Ma cercavo di non pensarci più. Pensavo di essermi lasciato alle spalle questa cosa, dopo aver cambiato vita, luoghi e quant’altro.
Qui, in questa nuova città, pensavo di aver coperto tutto sotto una coltre di oscurità. Non per niente, la chiamano “la città delle ombre”. Chiunque può arrivare e sparire.
Appunto, sparire.
Ma si può fuggire da certe cose? Probabilmente no. Mi ricordo perché l’avevo fatto. Un motivo c’è, non è che uno si sveglia la mattina e decide di ammazzare delle persone.
Vendetta. Sporca, malsana, inutile vendetta.
Erano i figli del giudice. Un giudice importante che in un processo ha lasciato libero un pirata della strada. Un bastardo che, ubriaco alla guida, aveva investito la mia compagna paralizzandola dal collo in giù. Un’agonia durata 15 mesi e qualche giorno. Poi è morta. Me lo ricordo bene, era il 27 novembre.
Cristo, la mia Ingrid. Eravamo giovani e innamorati. Lei era una brava ragazza. Forse anche troppo brava per uno come me, ma all’epoca non ero un figlio di puttana come adesso. Non avevo ancora deciso di scendere all’inferno.
Volevo fargliela pagare, allo stronzo. Non al pirata della strada, perché lui era chiaramente colpevole. Ma a quel giudice. A quella persona al di sopra delle parti che in realtà non lo è. Quella persona per te inavvicinabile, che vive su un piedistallo e che ti schifa. Perché lui è la giustizia e tu un semplice ingranaggio. Sentirsi inermi di fronte a questo, mi ha mandato fuori di testa.
Quella persona che ti ride dietro perché non hai la sua cultura, perché non sei nessuno in confronto a lui. Quella persona che non ti rispetta, che non rispetta il tuo dolore. Avevo perso persino il lavoro per stare dietro a Ingrid, la mia mente offuscata dall’idea di poterla rivedere di nuovo in piedi, di nuovo felice. E lo stesso giudice nemmeno allora mi aveva dato ragione.
No, volevo fargliela pagare. In maniera esemplare. Volevo che soffrisse, che serbasse rancore. Volevo fargli capire cosa si prova a perdere tutto e a non poter fare niente. Rovinarlo, come lui ha rovinato me.

Chi è il mostro, allora?

– Sei un mostro! – sentenzia mia madre.
Beh, come darle torto. Lei si che è un giudice inflessibile. Inflessibile ma giusto. Questa volta si. E dopo essere scappato per tanti anni, penso che effettivamente sia giunto il momento di ricevere la mia punizione. In maniera esemplare.
Penso che questo sia il modo in cui la loggia di sfigati con il teschio, non chiedetemi il nome perché non lo so, celebra le sue esecuzioni. Manny e Goldone mi prendono di peso, mi stendono sul pavimento del capannone e uno dei loro soci che ci aspettava porge loro una valigetta, da cui tirano fuori degli oggetti curiosi. Sono delle grosse pietre della grandezza di un pugno che hanno una grossa vite appuntita che fuoriesce da ciascuna di esse. E poi ci sono dei martelli.
Tremo.
Vedo gli altri due pezzenti come me che sono incappucciati. Sono ancora inconsapevoli.
Goldone mi allunga il braccio destro e mi apre la mano. Mi dice di tenerla aperta, che farà meno male. Poi l’altro gorilla inizia a battere con il martello su uno dei sassi piantandomelo nel palmo della mano.
Urlo di dolore. Ma proprio di dolore. Mi piantano un’altra pietra nell’altra mano e una alle caviglie.
Non so perchè, ma stavolta rimango sveglio e non svengo.
Dopo averle piantate, avvitano un’altra pietra alla vite che sporge dalla carne.
Stessa sorte tocca agli altri due incappucciati vedo. Ma chi cazzo se ne fotte. Si avvicina a me il bastardo anziano, e mi dice – Hai qualcos’altro da aggiungere? –
Non rispondo niente. Non ho la forza nemmeno di parlare.
Vedo Manny aprire una botola davanti a me. Goldone mi prende di peso e mi trascina verso l’apertura. Sento l’odore di acqua salmastra, mi ricorda la linea 3 della metropolitana. O era il contrario? Goldone si ferma un attimo però prima di buttarmi.
– Ti sto per lasciare andare. Me lo dici ora cosa ti ha detto il Cherubino? –
Figlio di puttana, questa non me l’aspettavo. Allora non è così stupido come sembra. Mi sembra giusto rispondergli con le ultime forze.

– Colpevole. –

E poi sento solo l’acqua che mi circonda, mi avvolge mi entra da tutti gli orifizi possibili. E c’è solo panico a mille, agitazione folle. Cerco di divincolarmi con l’adrenalina che mi moltiplica le forze, ma non riesco a muovere gambe e braccia per il peso delle pietre.
E dopo alcuni istanti, le forze mi abbandonano. Scivolo verso il fondo, con due cose in testa. E una di queste due non è l’acqua.
Il primo pensiero è uno strano senso di liberazione. Sto affondando lentamente ma mi sento così leggero. Dovevo fare tutta questa trafila per sentirmi il cuore così libero? Vorrei poter ragionare di più sul concetto di giustizia, sul karma e quant’altro, ma direi che non ne ho il tempo. E nemmeno la voglia a dirla tutta. Si è pigri anche in punto di morte.
E poi in questi ultimi, interminabili minuti c’è un’altra cosa che non riesco a togliermi dalla mente. Di solito quando si sta per morire si rivede tutta la propria vita o perlomeno le parti più salienti. Dicono così, secondo me son cazzate. Del resto chi è mai tornato indietro per raccontarcelo? No perché in questo momento avrei piacere per esempio di rivedere la mia prima scopata. Quello si che è un momento importante!

Mentre invece non riesco a scacciare dalla mente un jingle sentito in radio.

cross street molo DEF LOW

Fine

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