Il mio 34° Torino Film Festival

Oh, un articolo un po’ diverso, più che altro che non parla di fumetti, che ci tenevo a fare e che mi sarebbe piaciuto pubblicare già l’anno scorso, ma vari eventi hanno fatto passare tutto in secondo piano.
Per cui, preparatevi ad un flusso di pensieri senza senso e lunghissimo. Siete legittimati ad addormentarvi al secondo paragrafo o a cercare conforto in una morte violenta.
Non so se ho la forza di rileggerlo, quindi ci saranno più refusi che in un componimento dolcestilnovistico di un tamarro di Nichelino.

Parappappaaaaà!!!
Ladies and gentlemen, si è appena conclusa la trentaquattresima edizione del Torino Film Festival! Ovvero quello che, secondo me, è il miglior festival di cinema indipendente attualmente in Italia. Con buona pace di quello romano.
Ed è anche un evento terribilmente sabaudo: zero glam, tonnellate di contenuti, buona organizzazione e pioggia a catinelle. Ma soprattutto… Ancora a Torino nonostante la giunta Appendino!

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Battute a parte, è stato davvero un bel festival per me.
Tutto bene o male ha funzionato, nonostante la maleducazione di qualche anziano e la mezza alluvione che c’è stata in mezzo che temevo potesse minare anche le presenze in sala. Però mi sembra che per fortuna non abbia inficiato troppo. Anzi, per ovviare al problema la sala 3 del cinema Reposi aveva anche un riscaldamento settato su “quarto girone dell’inferno” per cui si poteva entrare tranquillamente bagnati fradici e asciugarsi nel giro di 5 minuti La prossima volta porterò anche stendino e mollette da casa.
Come dicevo, il pubblico mi è sembrato presente (e i dati parlano anzi di tremila spettatori in più rispetto all’anno scorso), ma anche stavolta ho notato una discreta assenza di ragazzi giovani. O meglio, dai 25 anni in giù. Perché a 30 anni si è ancora dei ragazzini. Assolutamente ragazzini. E non lo dico perché ho sforato i trenta, malpensanti!
E qui mi ricollego anche al discorso sulla sabauditudine del festival: se non ci sono ospiti internazionali (perché comunque qualcuno di italiano si è fatto vedere) è anche difficile far parlare dell’evento al di fuori del territorio. E se non si parla dell’evento, è difficile poi elevarsi ancora più in alto e attirare sponsor e affini. Perché io penso sempre che gli eventi culturali come questo debbano innanzitutto parlare ANCHE ad un pubblico giovanile. E’ lì che deve arrivare la cultura, per autoalimentarsi costantemente. E per avere un giusto riciclo.
Da buona vergine avrei anche qualcosa da ridire anche sulle retrospettive. Se da un lato erano sicuramente interessanti, dall’altro mi sono sembrate anche “campate un po’ per aria”. Dalla categoria “cose che verranno” su un certo tipo di fantascienza distopica a quella “I did it my way” sull’ideologia punk nel cinema. Tutto molto bello, ma senza un filo logico. E quindi più deboli.
Se dedichi la locandina del festival a David Bowie… Non farlo solo perché è morto e perché fa figo. Collegala meglio con i contenuti del festival.
Immagino che sia una questione di budget, ma ciò non significa che ci si debba nascondere dietro ad un iban. Oltretutto, un po’ rimpiango (da ex studente damsiano) le retrospettive su un unico autore, magari ancora in vita, da invitare e con cui interagire, magari anche tramite l’università o le istituzioni locali.
Ricordo per esempio l’anno in cui si è fatta al retrospettiva su Wim Wenders, con lo stesso regista che introduceva tramite un filmato tutti i suoi film. E anzi, ad una cosa di questo genere si potrebbe affiancare qualcosa di più “commerciale” proprio per attirare due tipi di pubblico differenti e tornare al discorso di prima. Sacro profano possono tranquillamente coesistere, basta coglierne l’equilibrio.
Mi è spiaciuto invece non riuscire a vedere nemmeno un film della categoria “Torino Film Lab” (una specie di incubatore per autori esordienti), dove in tanti mi hanno segnalato lavori più che interessanti.
Sarà per l’anno prossimo!
Sui film in concorso, devo dire che tutto sommato la qualità media è stata buona. Sicuramente, rispetto ad una decina di anni fa per dire, il livello tecnico si è alzato parecchio e tra poco ci saranno le mie opinioni non richieste sui film.

Ma al di là di tutto è stata un’esperienza davvero piacevole. Ogni volta che finisce il festival mi sento sempre molto carico a livello creativo e almeno per un po’ sazio la mia voglia di cinema. Immaginatemi ora a letto mentre fumo una sigaretta con a fianco una pellicola 35 mm mezza nuda.
E, non ultimo, ho anche avuto l’opportunità di rivedere persone che credevo di aver completamente perso per strada… E questo mi ha reso davvero molto felice.

Comunque!

Ho avuto la fortuna di far nuovamente parte della giuria di Torinosette, magazine de La Stampa che si occupa di “rappresentare” i lettori di questo settimanale e quindi assegnare un vero e proprio “premio popolare” al migliore fra i film in concorso, premio intitolato ad Achille Valdata. Anche quest’anno è stata una bella esperienza, merito anche delle altre persone con cui ho condiviso quest’opportunità (e soprattutto le prime impressioni dei film).
Cosa abbiamo votato? Ve lo dirò dopo.
Cosa ho visto in questa magnifica settimana filmica? Ve lo dico adesso! E sono tutti film in rigoroso ordine di visione. Groupies di Mereghetti, mi dispiace, ma i toni delle recensioni saranno piuttosto coloriti. Anzi, per rimanere in tema cinematografico direi che saranno decisamente in technicolor.

JESUS (di Fernando Guzzoni)

E’ il film con cui ho inaugurato il mio tff. Un film nudo (nel vero senso della parola) e crudo, che sa colpirti come un pugno allo stomaco.
E’ la storia di Jesus, un ragazzo di Santiago del Cile. Uno sbandato, con una situazione familiare discretamente complessa e inserito in un ambiente che non ha futuro. Passa le sue giornate tra contest di street dance, canne, snuff movies, alcool e quanto basta. E ha un rapporto estremamente conflittuale con il padre. Fino a che…
…Che dire: una bella regia, sicuramente non banale. Un finale spiazzante. Qualche solito momento morto da solito film indipendente, qualche scena di sesso gratuito di troppo (cari registi, ormai le scene di sesso per tirare su il morale e altro degli spettatori in sala hanno molta meno presa perché si vedono di continuo) e un personaggio secondo me stellare che è il padre dello stesso protagonista. Ma in generale è un film che è riuscito a toccare corde giuste. Tensione, rabbia, patetismo, stupore, disgusto. Sono alcune delle sensazioni che ho provato durante la visione e… Ed è un bene! Se un’opera smuove qualcosa dentro di te, sperando non sia l’intestino, ha raggiunto il suo obbiettivo. E se l’ha fatto anche in un cinico di merda come me, allora la direzione è giusta.
Un film che probabilmente qui in Italia finirà trasmesso un paio di volte in cinque anni da Rai Movie alle due del mattino, ma che secondo me merita una chance.
Il protagonista della storia, il giovane Nicolas Duran, ha anche vinto il premio come miglior attore a questo TFF. Meritato per me.

VOTO: 7 (anni in streaming)

PORTO (di Gabe Klinger)

Comincia molto bene, con queste bellissime inquadrature della città portoghese di Porto unite ad una fotografia generale davvero affascinante. Una bella colonna sonora che ti avvolge come un’elegante rapsodia. Una trama che sembra non banale, con ripetuti scatti temporali e il punto di vista dei due personaggi diversi che sostanzialmente raccontano due storie differenti. Eppure…
Eppure alla fine del film ti accorgi che probabilmente al di là della confezione e di una bella interpretazione di Anton Yelchin (credo che tra l’altro sia stato anche il suo ultimo film essendo l’attore scomparso nei mesi scorsi) non ti rimane niente. Solo qualche eco lontano.
Ecco, io l’ho trovato un film che vuole essere pretenzioso, con questo lanciare perle filosofiche senza senso e soprattutto non richieste. Un film a cui manca totalmente la brillantezza e forse in certi punti l’avrebbe davvero tirato su. Mi sento di paragonare Porto ad una notte nebbiosa. Che fa sembrare tutto intorno a te misterioso e affascinante ma che, a conti fatti, quando si dirada non lascia che una notte senza stelle.

VOTO: 6 (mesi di seghe mentali)

ROCK ‘N ROLL HIGH SCHOOL (di Allan Arkush)

Il TFF quest’anno proponeva una gagliarda retrospettiva sull’accoppiata punk – grande schermo. Una tematica che come detto sopra era sicuramente affascinante ma che purtroppo non sono riuscito ad approfondire come avrei voluto…
Comunque, questo è stato il primo, e unico, film delle retrospettiva che ho visto e mi ci voleva anche per riprendermi dalle batoste mentali dei primi due film in concorso.
Si tratta di una commedia demenziale ambientata in un liceo americano dove vediamo contrapporsi da un lato una nazipreside che vuole instaurare una rigida disciplina, dall’altro una ragazza che si professa come la fan numero uno dei Ramones ed è una vera ribelle, al contrario della sua migliore amica che invece è la classica brava ragazza.
Ne succedono davvero di tutti i colori, ma ben presto il film si rivela per quello che è: un collage (e non un college… ohohoh) musicale di pezzi dei Ramones, con loro
Per qualche attimi mi ha ricordato certi orribili film pro-band come Detroit Rock City o Jolly Blue (ok, ho proprio citato il peggio del peggio con Jolly Blue), ma c’è di buono che qui se non altro il lato comico la faceva da padrone, salvando il tutto grazie ad una grande ironia. Del resto, essendoci anche lo zampino di Joe Dante dietro a questo progetto, mi sentivo in una botte di latta.

VOTO: “Ma i vostri genitori lo sanno che siete i Ramones?!?”

AVANT LES RUES (di Chloé Leriche)

Eccolo qui. Lo aspettavo al varco ed è venuto fuori quasi subito. Il classico film indipendente inutile che serve a fare numero tra le pellicole in concorso nei festival (sì, l’ho toccata proprio piano). E mentre lo dico mi sembra di avere la stessa carogna che avrei parlando del rigore di Marcelo Salas nel derby juve-toro del 2001. Però è così, e mi spiace anche, perché in fondo non mi piace arrivare ad una stroncatura così netta.
Un film lento, con una trama vista e rivista e una regia pallida. Anzi, da viso pallido vista la tematica!
La storia è ambientata in Canada, in Quebec, presumibilmente in una riserva indiana. O meglio, in un paese dove comunque è molto forte la presenza dei discendenti dei nativi americani. La situazione ovviamente non è spiegata. Scusate, autori, se noi spettatori esistiamo.
Seguiamo la vita del giovane Shawnouk, un ragazzo fragile e in balia di un futuro che sembra non avere grandi piani per lui.
Si tratta di una classica storia di formazione, dove ad una serie di peccati iniziali segue un tentativo di redenzione.
Sarebbe secondo me anche interessante paragonarlo proprio a Jesus, perché la tematica è praticamente identica. Eppure, la resa del film sudamericano è trecento volte migliore.
Ecco, come avrete intuito è purtroppo un film visto e rivisto già milioni di volte e senza squilli. Senza un finale vero, senza un bel lavoro di scrittura dietro e soprattutto con la grande occasione sprecata di poter parlare veramente di quelli che sono i problemi, i sogni, le speranze e lo stile di vita dei discendenti dei nativi americani oggi. Che onestamente, non so voi, ma l’avrei trovata molto interessante. Il confronto con il passato, le tradizioni e cose del genere. Tutti argomenti che sono solo sfiorati.
Perché se poi l’analisi sociale si ferma al “non c’è lavoro oggi ragazzi, tornate domani” c’è qualcosa che non va. Ecco, come dicevo in questo caso uno sguardo documentaristico l’avrebbe salvato. Ma non è stato così purtroppo.

VOTO: AIAAAAAK EEEEEIOUUU UAAAIEEEEE (è 4 nel dialetto atikamekw)

LOS DECENTES (di Lukas Valenta Rinner)

Sono in difficoltà. Davvero non so cosa dire. Il che potrebbe essere un bene, ma sarà un male. Un male che si annida come verme solitario, come quando scarichi un film e al suo posto ti becchi un porno ungherese con i sottotitoli in cinese.
Allora, è la storia di questa domestica argentina, di nome Belen, che ad un certo punto, finita in un quartiere ricco e bigotto, si ritrova a esplorare il vicino bosco dove vive… Una setta di nudisti. Ed è una contrapposizione tra un mondo dove l’apparenza è tutto all’altro in cui invece è la sostanza a prevalere. Razionalità vuota contro istinto selvaggio. Dolcificante contro cioccolato puro.
E ve la sto anche facendo bella come trama. Il film purtroppo è lentissimo, dialoghi ridotti all’osso, scene di ordinaria follia e in generale un senso di surrealtà che pervade tutto il film in maniera quasi fastidiosa. Sapete perché? Perché questo genere di narrazione surreale (che io apprezzo molto, tra l’altro) va supportata da una brillantezza che colmi i vuoti. Ma qui al posto dei vuoti ci sono delle voragini.
E il finale poi è qualcosa di davvero folle. Vorrei fare spoiler… E dai, lo faccio. Tanto non lo vedrete mai questo film.
Dunque, si diceva prima che in questo bosco a fianco del quartiere ricco vivono dei nudisti. Che non sono ovviamente visti di buon occhio e appena si presenta l’occasione vengono fatti sloggiare. A questo punto loro meditano vendetta! La protagonista avvelena la vecchia infame da cui lavora, sabota la rete elettrificata e fa entrare clandestinamente tutti i suoi compagni che sono armati fino ai denti. E nudi. E vanno in giro per il quartiere sparando e ammazzando TUTTI GLI ABITANTI come dei marinesi. Nudi. Salvo poi venire uccisi tutti quanti da tre sfigatissimi poliziotti (vestiti) che gli sparano sopra un campo da golf. Nudi.
Titoli di coda.
Ecco, che nessuno venga a farmi la morale su fantomatici simbologismi di questa scena (le prede che diventano cacciatori, guerra e pacifismo, banalità della guerra, riscatto morale, chi sono davvero i migliori, ecc) perché il problema di questa sequenza finale è che NON C’ENTRA UNA BENEAMATA MINCHIA CON TUTTO IL RESTO DEL FILM.

VOTO: Pina, porca puttana!

ELLE (di Paul Verhoeven)

L’unico film in cui non sono riuscito ad entrare per “troppa folla”. Peccato, mi sarebbe piaciuto un sacco.
(scommetto che questa è la recensione che avete apprezzato di più! ^_^)

VOTO: maiunagioia

LADY MACBETH (di William Oldroyd)

Un film che a primo impatto ho trovato molto interessante. C’era un intreccio, una ricostruzione storica interessante, una regia da paura di kucbrickiana memoria per certe simmetrie e certe precisioni quasi maniacali.
E’ la storia della giovane e bellissima Katherine, che viene data in sposa ad un proprietario terriero brutto come la voglia di kebab alle quattro del mattino e che la umilia. Lei però a poco a poco esce dal guscio, conosce uno stalliere e… Beh, fa tremare i palazzi della casa.
Ah, non ve l’ho detto ma in tutte questi primi film in concorso si scopa da paura. Ogni tanto mi chiedevo se avessi trovato il festival giusto.
Comunque, visto il titolo del film capirete da soli cosa succederà dopo, no?
Ecco, il difetto principale del film: non ha osato. Più ci penso e più mi convinco che sia piuttosto piatto e soprattutto, cosa molto più grave, con dei passaggi di sceneggiatura anche molto forzati. E’ interessante vederlo proprio in contrapposizione a Los Decentes che invece è l’esatto opposto. E di come, nel cinema come nell’arte e come in generale in tutto quello che regola il mondo “l’equilibrio sia la chiave di tutto”. Soprattutto se sei all’ultimo piano di una scala e stai smontando un lampadario.
Un film, così come un’opera d’arte in generale, dovrebbe mantenere un certo equilibrio tra la parte più banalmente commerciale e fruibile, e quella invece più intellettuale. Se la prima prevale troppo, allora vuol dire che il film è vuoto. E che probabilmente c’è pure un Vincenzo Salemme in agguato. Se invece è la seconda ad essere troppo preminente, probabilmente state guardando una pellicola di Dziga Vertov e volete solo morire.
E’ il concetto dell’allegoria, dei più livelli di lettura.
Senza ovviamente le esagerazioni di prima, Lady Macbeth buca quest’equilibrio e rimane nella parte sinistra. Che il cuore deve battere sempre a sinistra, e va bene. Ma in questo caso no. E onestamente è un peccato. Perché nella casa vittoriana della giovane Katherine era pieno di lampadari fichissimi.

Lady Macbeth ha vinto tra l’altro il premio per la “miglior sceneggiatura” dato dagli studenti della Scuola Holden. Posso dirlo? Lo dico. Mah.

VOTO: 7 (stagioni della signora in giallo da riguardare dopo il film).

YOGA HOSERS (di Kevin Smith)

E il premio “puttanata atomica 2016” per il cinema va a… Kevin Smith con il suo Yoga Hosers!
Insomma, è Kevin Smith, che ha tirato fuori piccoli cult come Clerks o Dogma. E questo è il suo ultimo film dal ritmo tendente al videogame e presentato fuori concorso al festival.
Sostanzialmente, ve la faccio breve e con qualche spoiler, è la storia di due ragazzine adolescenti che si scontrano con un gruppo di wurstel nazisti che vogliono invadere il Canada.
Divertente, e mi ci voleva dopo film comunque pesantini come quelli precedenti. Con un sacco di attori più o meno conosciuti (tra cui un irriconoscibile Johnny Depp e un Haley Joel Osment che il sesto senso se l’è mangiato come spuntino di mezzanotte), una sceneggiatura che per quanto cerchi di sistemare tutto questa surrealtà fa più acqua del titanic
Ecco però, prima parlavo della surrealismo di Los Decentese e del fatto che non fosse brillante. Qui invece c’è questa volontà di far ridere e divertire. Ecco perché, nonostante tutto, Kevin Smith è un buon sceneggiatore e si vede. Ecco perché i registi indipendenti dovrebbero ricordarsi che la sceneggiatura è FONDAMENTALE in un film e non dovrebbero piegare la storia all’idea o al messaggio che hanno in testa.
Fermo restando che Yoga Hosers è sicuramente un film meno riuscito rispetto ai lavori precedenti di Smith. E su questo non ci piove.

VOTO: (non) 6 (un nazista dell’Illinois).

WAR ON EVERYONE (di John Michael McDonagh)

Ecco, davvero un film molto interessante, di quelli fuori concorso. E’ un poliziesco smaccatamente comico che nella prima parte strappa risate come una ceretta strappa peli superflui. Probabilmente è il film più divertente che ho visto al festival. E sì, qui si sente che una persona si è messa a scrivere delle gag che funzionano.
La storia è ambientata nel New Mexico (o forse in Texas? Comunque… da quelle parti) e seguiamo le vicende di una coppia di poliziotti, Bob e Terry, che sono ovviamente i classici sbirri coatti e sono ovviamente all’opposto. Uno duro e crudo, che picchia chiunque, l’altro dalla battuta facile e dalla parlantina sveltissima, messicano oltretutto.
Ecco, è il concetto del cop movie anni ’80 un po’ aggiornato. Non è Una Pallottola Spuntata ma più un Beverly Hills Cop, ecco.
Il film è davvero scorrevolissimo, e ad un certo punto, verso il finale, decide di cambiare registro. Questa scelta forse non l’ho apprezzata troppo, perché onestamente le tematiche rimangono comunque leggere, per quanto si cerchi di cadere nel torbido. Insomma, bisognava avere il coraggio di mantenere la stessa linea d’azione. Ma intendiamoci, la prima parte vale davvero il prezzo del biglietto.

VOTO: 7 (spose per sette spacciatori)

A BOY AND HIS DOG (di L.Q. Jones)

Ecco un altro film piuttosto bizzarro, facente parte della retrospettiva Cose che Verranno. Vi dico solo che c’è un Don Johnson giovanissimo che parla con un cane telepate in un futuro post apocalittico. E per rincarare la dose il cane è un esperto fiutatore di femmine umane! E con questo potrei anche chiudere la recensione, ecco. Si potrebbe chiudere qui direi.
Un film interessante che poi improvvisamente a metà cambia completamente, e secondo me è anche il suo peccato più grave. Non voglio fare spoiler, ma se come me siete andati pensando di vedere un Mad Max passato sotto silenzio e un po’ strambo… Ecco, fino a metà è così. Poi qualcosa è esploso nella testa degli autori. A proposito di autori, il film mi è sembrato clamorosamente misogino in molti aspetti (e il finale poi è tutto un programma da questo punto di vista), ma magari al quarto film di giornata ero io a non essere così sul pezzo.

VOTO: 6 (croccantini per domarle)

THE DONOR (di Qiwu Zang)

Che dire di The Donor. L’unico film cinese in concorso. Avevo grandi aspettative perché ho un debole per la cinematografia orientale. Ok, specialmente per i film “di genere” orientali (in particolare per quelli di cappa e spada o i film di arti marziali) ma al di là di questo trovo che questa scuola cinematografica sia estremamente affascinante proprio per il modo diverso di vedere il mondo, di intenderlo, e di raccontarlo.
The Donor è la storia di un padre di famiglia, una famiglia non ricca, che decide di donare un rene alla sorella di un giovane e facoltosissimo uomo d’affari in cambio di soldi. Stop.
Il film nella prima parte è di una lentezza disarmante. Quando ad un personaggio viene fatta una domanda e questo ci mette in media un minuto per rispondere… Beh, il grado di irritazione cutanea arriva alle stelle. Almeno per me.
Ecco, mi permetto di fare delle considerazioni a livello narrativo, per quel poco che so di storytelling. Al di là della lentezza che sicuramente ha una sua funzione, trovo che sia comunque sballata. Il ritmo è importantissimo, e giocarci accelerandolo o rallentandolo è importantissimo. Così come è importante quello che si mostra, nella narrazione. Perché quando mi trovo scene praticamente identiche le une alle altre non mi aggiungi niente di nuovo, mi fai perdere solo tempo. Si potevano raccontare le stesse cose nella metà del tempo e arrivare così più spediti alla seconda parte, che invece è molto più interessante perché ti conduce per mano ad alcune domande che ti fanno porre delle domande. Ti costringono a dare una tua opinione.
Ecco, per esempio la scena che introduce questa seconda parte è bellissima, e ha davvero i tempi giusti. Perché questo lavoro non è stato fatto?

VOTO 6 (e una controllatina per vedere se ho ancora i reni a posto).

Ah, The Donor comunque ha vinto il concorso ufficiale!

CHRISTINE (di Antonio Campos)

Un biopic sulla vita di Christine Chubbock, una reporter di una piccola emittente televisiva americana degli anni ’60. Una reporter che è salita alla ribalta per un importante evento di cronaca, di cui non vi dico nulla se non conoscete la sua vita.
Un film molto intenso, con una resa della protagonista veramente strepitosa supportata da un’interpretazione davvero eccellente di Rebecca Hall che si è meritata il premio di miglior attrice di questo 34° Torino Film Festival.
Un film molto solido, che effettivamente si regge soprattutto sulla protagonista. Che però sa trasmettere davvero qualcosa, e penso di averlo percepito. E’ forse l’unico film dove un po’ di commozione c’è stata da parte mia, e questo vuol dire qualcosa. Non posso ignorarlo.
Sicuramente uno dei miei preferiti. Ha il difetto di non essere una storia originale (e come avrete intuito io ci tengo alle storie), ma ha il pregio di saperla raccontare bene. Con, ripeto, una resa della protagonista davvero eccezionale, un personaggio davvero a tutto tondo. Che mi fa veramente chiedere quanto ci sia di inventato e quanto no.
Una curiosità: in questo TFF c’era un secondo film (Kate plays Christine) che curiosamente raccontava la stessa vicenda, ma da un punto di vista diverso.

VOTO: 7 (colpi di ansia prima di andare a dormire).

VETAR/WIND (di Tamara Drakulic)

No, non è un terribile spot della wind con Panariello ma, fidatevi, avrei preferito che lo fosse. Durante il film volevo morire. Gonfio.

Voto 2 (schiaffi che volevo dare all’antipaticissima protagonista)

MAQUINARIA PANAMERICANA (di Joaquín del Paso)

Un film messicano discretamente fuori come un balcone. Ci parla dei dipendenti di un’azienda, la Maquinaria Panamericana, che nella mattina di un venerdì scoprono che il megadirettore innaturale dell’azienda è morto. Lui era un benefattore, l’azienza era in fallimento ma lui pagava di tasca sua i suoi lavoratori per cui… Ora possono solo sucare.
Come reagiscono alla notizia? Prendendo possesso dell’azienda e sostanzialmente impazzendo in un climax tribale senza eguali.
Il film secondo me è un’enorme metafora del comunismo. Anzi, della caduta del comunismo. Ed è per questo che tutto sommato ne ho apprezzato alcune qualità. L’inizio molto divertente poi mi ha clamorosamente ingannato, perché dopo il registro purtroppo cambia parecchio sfociando nel non-sense non supportato da un’adeguata brillantezza di scrittura. Peccato.
Se a questo uniamo anche una discreta scialbitudine (che bel termine, voglio coniarlo dopo petaloso) degli attori… La frittata è fatta.
Vi dico solo questo: scena in cui i protagonisti si avvolgono nella carta igienica. E possiamo chiuderla qui.

Voto 5.5 (lunghezza in metri dei baffi di molti dei personaggi)

WE ARE THE TIDE (di Sebastian Hilger)

Il mio preferito. Non il migliore, ma sicuramente il mio preferito.
La storia parte da un misterioso evento accaduto nel 1994, in cui in una cittadina della costa tedesca la marea si è ritratta senza più alzarsi. Ma soprattutto, nello stesso giorno, tutti i bambini dello stesso paese sono misteriosamente scomparsi. Dopo 20 anni due brillanti studenti dell’università di Berlino decidono di andare ad indagare sulle basi di nuove teorie scientifiche… E non hanno idea di quello che scopriranno!
Ecco, l’incipit è davvero interessante e anche il film lo è, onestamente. Un gran ritmo, una splendida fotografia, una perfetta colonna sonora e un messaggio di fondo secondo me molto bello. Uno dei pochi messaggi positivi dei film in concorso, che per il resto fanno a gara a chi vuole spingerti maggiormente al suicidio o all’isolamento in un paese dell’entroterra sardo.
Questo film però ha dei difetti, come del resto tutti gli altri. Anzi, un solo difetto: vuole strafare, mettere troppe cose. Il che ricorda anche un po’ me come autore, per questo è stato interessante analizzarlo più a fondo. Trama tanto complessa con qualche ingranaggio fuori posto, tante tematiche diverse non approfondite, tanti messaggi. Un po’ di ingenuità. Il tutto shekerato in un cocktail buono ma non perfetto, con qualche dose leggermente sballata. Ma il barman stavolta ci ha anche stregati con l’acrobatica e soprattutto con un grande cuore. Ecco, una delle note di merito è che c’è una forza incredibile dietro questo film. L’ho percepita, mi è arrivata e l’ho assaporata. Come un Long Island sulla riva di una fredda spiaggia tedesca.
E’ un film che ha coraggio. Devi puntare a 110 se vuoi ottenere almeno 80, e questa filosofia ci stava tutta. E’ uno dei pochissimi film in concorso che rivedrei subito. Ma soprattutto, e mi ricollego ai discorsi fatti prima: è uno dei film più equilibrati. Di genere, anzi, tanti generi, ma con delle idee dietro che vuole trasmettere. Può arrivare a tanti, e ci sono tanti livelli di lettura che temo mi siano sfuggiti.
La butto lì: Sebastian Hilger è un novizio Christopher Nolan. E se avesse fatto un finale alla Inception, allora sì che il voto sarebbe stato anche più alto.

Voto: 8 (Preminger)

OPERATION AVALANCHE (di Matt Johnson)

Un altro film che ho visto per diletto e che mi ha piacevolmente sorpreso. Torniamo alle commedie che c’è bisogno di sorridere un po’.
E’ un mockumentary su questa fantomatica operazione della CIA che ha ricostruito in studio il primo allunaggio della storia dell’umanità, ovvero quello del 1969 con Armostrong e Aldrin. Che quindi sarebbe un falso, andando ad alimentare tutto il gombloddismo dietro a questa vicenda.
Senza stare a dare un giudizio sulla vicenda in sé, parliamo del film. E’ girato interamente in prima persona con il piglio documentaristico (e cercando di imitare anche la qualità video dell’epoca) e questo probabilmente è il suo difetto più grande. Finita la magia della prima mezz’ora, che rimane la più coerente con il metodo di narrazione, quando poi cominciano le scene d’azione la sospensione dell’incredulità va a farsi abbastanza fottere. Perché trovo poco credibile che un operatore inseguito continui a correre con una cinepresa a mano grossa e pesante (no, non la camerina di Cloverfield) mantenendo l’inquadratura e senza nemmeno farla traballare troppo.
Se si va oltre questo aspetto, il film rimane godibile, perché è davvero molto divertente e ben studiato. E con delle chicche per veri cinefili (su tutte, la spiegazione di alcune tecniche usate da Kubrick che i nostri sedicenti eroi vogliono riutilizzare per la loro messinscena). Ecco, mi sembra un film davvero pensato da cinefili e per cinefili! Peccato non ci fossero cani, altrimenti avrei potuto fare una battuta sui cinofili.
E al di là di tutto penso che probabilmente questa missione, per quanto un po’ cretina, sia persino più intelligente di quella in cui gli americani hanno addestrato un gatto per carpire i segreti del Cremlino.

Voto: (Apollo) 7

PSYCHO RAMAN (di Anurag Kashyap)

Dal regista indiano Anurag Kashyap (già visto a qualche TFF fa) è la storia della caccia di un bad cop di Bombay ed un serial killer che ha molte similitudini con un precedente assassino visto in azione sempre in India negli anni ’60. Il film è un po’ lungo, e onestamente poteva essere tranquillamente tagliato di una buona mezz’ora, e si regge proprio tanto sull’antagonista, uno psicopatico alla joker. E visto che prima ho citato Nolan, questo villain mi ha ricordato proprio il joker del Cavaliere Oscuro. Ma decisamente più bastardo. Ecco, questa è la classica storia dove il cattivo ruba la scena a tutto il resto.
Ho avuto l’impressione che il film volesse essere un po’ più tarantiniano di quello che effettivamente è stato, però… Magari sono seghe mentali mie.

Rimane però una visione molto piacevole, essendo comunque un thriller molto solido e ben calibrato, con un finale decisamente non convenzionale! (ma mezzo punto in meno per le terrificanti canzoni neomelodiche indiane che ogni tanto facevano da accompagnamento alla visione).

Voto: 6 (e ridatece i Marò!!!11!uno)

LA MECANIQUE DE l’OMBRE (di Thomas Kruithof)

Probabilmente, questo è il miglior film tra quelli in concorso. A livello tecnico non ha paragoni, perché è un orologio svizzero. Ma per essere svizzero, gli è mancata una cosa importante: ingranaggi di cioccolato.
E’ la storia di un contabile che sbrocca dopo una notte folle di lavoro, perde il suo posto e dopo due anni ne trova uno nuovo in maniera piuttosto misteriosa. Un lavoro non da contabile, che però lo mette a contatto con delle persone di cui forse non è ben fidarsi…
E la chiudo qui, non voglio fare spoiler! Anche perché l’intreccio è ben costruito, la tensione è crescente e diciamolo, è davvero un bel thriller che sa tenerti abilmente con il fiato sospeso. Un po’ come quando stai per vedere al tua squadra battere un calcio di rigore all’89°. Insomma, da questo punto di vista davvero niente da dire.
Cos’è che è mancato allora a La Mecanique de l’Ombre?
Quello che ha avuto We Are The Tide: l’anima.
E’ un po’ come la stessa storia d’amore vissuta a 20 anni e poi a 50. Bellissime entrambe, ma la passione della prima è più forte e arriva più in profondità.
Ecco, questo film secondo me non ha voluto spiccare il volo. E parlo proprio di “voluto” perché secondo me ne avrebbe avute tutte le possibilità, ma forse è stata proprio una scelta. Chissà.

Voto: 7 (casse di Red Bull che il regista avrebbe dovuto scolarsi)

FREE STATE OF JONES (di Gary Ross)

Altro film fuori concorso, insieme a Sully e a Elle forse una delle pellicole più “commerciali” se mi passate il termine.
Ambientata durante la guerra di secessione americana seguiamo le gesta di Newton Knight (interpretato da un bravo Matthew McConaughey), un disertore dell’esercito sudista che raccoglie intorno a sé un certo numero di ribelli (sia bianchi che neri) seguendo il sognio di fondare una contea indipendente sia dal nord che dal sud, per l’appunto la contea di Jones, dove ci siano diritti uguali per tutti.
Insomma, il Robin Hood del Mississippi.
Il film scorre via abbastanza bene, nonostante una durata di più di due ore. In un festival ammetto che questo lo senti parecchio, non so se in una visione “singola” le cose siano meglio. Il fatto che avessi una delle mie maledette emicranie non era poi il massimo!
Al di là di tutto, una realizzazione tecnica davvero ottima, bellissimi costumi e l’ambientazione storica è una perfetta scusa per mostrare barbe hipster a profusione.
E’ un film che ha un pregio sicuramente invidiabile: racconta una storia, per quanto ipotizzo essere abbastanza romanzata, che sicuramente in pochi conoscono. Io per primo, mai sentita nominare questa vicenda. E quindi è una buon approfondimento culturale.
C’è da dire di contro che è il classico film americano molto patinato. Vi dico solo che sembrava persino figo vivere nelle paludi del Mississippi, dove i ribelli di Knight all’inizio sono stanziati. E non credo che le paludi di quella zona fossero così ospitali nel 1800, ecco.
E poi, anche il personaggio protagonista l’ho trovato un po’ piatto. Fa sempre la scelta giusta, è un leader ammirato e ammirevole, un buon padre, un buon soldato, un buon tutto. E che cazzo. E nella seconda parte della storia secondo me ci si perde anche un po’. Si vuole raccontare improvvisamente troppo e troppo in fretta.
Però ripeto, la confezione di questo Robin Hood americano è davvero molto ben fatta. Ma rimane un po’ quella.

Voto: 6 (mezzo voto in più se ci fosse stato anche Ser Biss).

BATTLE ROYALE (di Kinji Fukasaku)

Una classe di studenti giapponese viene sorteggiata per il terribile Battle Royale: una lotta senza esclusione di colpi in cui gli stessi ragazzi devono uccidersi a vicenda su un’isola semideserta. Solo l’ultimo sopravvissuto potrà tornare a casa!
Già solo per il fatto che Takeshi Kitano è l’insegnate della classe che si prende a mazzate questo film merita la mia attenzione. Ed è un’attenzione meritata nonostante l’emicrania che mi ha assalito quel pomeriggio.
Il film è davvero molto bello. Sempre in bilico tra il trash e la serietà, arriva fino al fondo senza mai stancare. Alternando scene di violenza clamorosa (soprattutto per il fatto che i protagonisti sono dei ragazzini) ad altre invece più tipicamente “lente” e tipiche del cinema orientale.
Ecco, l’equilibrio è la parola chiave del film. Con la variabile impazzita di Kitano che secondo me, pur non essendo direttamente in regia, ha preso il sopravvento in diversi punti.
Avevo leggiucchiato qualcosa del manga quando lavoravo in fumetteria, e mi pare che ci siano delle differenze rispetto a questo film. Sicuramente, è clamoroso quanto comunque la vicenda sia simile a Hunger Games, per dire. Non dico plagio, eh? Ma io a questo punto parlerei quasi di rifacimento occidentale.

Voto: 7 (modi diversi per morire su un’isola sperduta).

LES DERNIER PARISIENS  (di Mohamed “Hamè” Bourokba, Ekoué Labitey)

L’ultimo dei film in concorso che ho visto. Ambientato in Francia, nel quartiere di Pigalle, parla di due fratelli di cui uno è in libertà vigilata e lavora nel bar dell’altro.
Tra malavita, feste debordanti e debiti di sangue.
Una bella confezione, un gran bel ritmo e questi due personaggi protagonisti davvero ben scritti. Il loro rapporto, così conflittuale e così vero, è la chiave di volta di tutto il film.
Trovo che sia stato un bel modo di chiudere il festival. Anzi, una maniera veramente degna.
Il film come dicevo scorre via bene, ci mostra uno spaccato di vita “difficile” all’interno di alcuni quartieri parigini dove probabilmente di veri francesi ne sono rimasti davvero pochi. Tra l’altro i due registi sono due rapper, il che mi aveva fatto pensare che si sarebbe visto un po’ di più di questo mondo… Ma purtroppo non è stato così.
Ecco, ho trovato alla fine proprio come difetto enorme del film: c’è una patina, un velo, che racchiude tutta la narrazione. Sembra che debba esplodere il dramma e poi invece si conclude un po’ lì. Alcune cose finiscono letteralmente a tarallucci e vino. Anzi, baguette e vino. Faccio un esempio banale: ci sono intere microsequenze con un clochard che, salvo mostrarci qualche piccolo angolo di vita del quartiere, rimangono letteralmente irrisolte. E buttate lì a caso.
Anche qui, la mia sarà una formazione di stampo americano, ma se mostri qualcosa… DEVE avere un minimo di importanza per la trama.
Comunque! Si lascia vedere molto bene, e lo consiglio anche se non arriverà mai in sala qui da noi.

Voto: 6 (stato un po’ troppo patinato)

 

E con questo chiudo il mio festival. “This is the end…”
Avrei voluto vedere altri film, ma un po’ per sfighe (vi dico solo che venerdì ho perso per strada la suola di una scarpa e sono dovuto tornare a casa a cambiarmi) un po’ per stanchezza e impegni lavorativi, non sono riuscito a fare tutto quello che avrei voluto.
Pazienza.
Ora però non guarderò un qualsiasi video per almeno tre giorni, devo disintossicarmi. Nemmeno quelli dei gattini su facebook.

Dimenticavo! Dicevo molte molte righe fa che ho partecipato al festival insieme alla giuria di Torinosette. Per quale film abbiamo votato, alla fine?

“We Are The Tide”

(evvai!!!)

Che tra l’altro ha anche vinto il premio del pubblico. Not bad!

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Quasi tutti i membri della giuria di Torinosette (tra cui un losco figuro con la giacca di pelle) con il direttore della fotografia di We Are The Tide (in mezzo)

Vorrei chiudere con una battuta cinematografica di commiato: andare al cinema è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

 

See you, movie cowboys

MDV

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